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PROGETTO IO R-ESISTO

Il progetto Io R-esisto nasce nell’ambito del nostro Alzheimer café del Gallaratese dove, all’interno del gruppo di arteterapia, è stato proposto un percorso autobiografico realizzato insieme dagli anziani e dai loro caregiver. La ricaduta di questo lavoro è stata talmente positiva e apprezzata da far nascere l’idea di poter portare questa esperienza ad altre diadi, realizzando cicli di incontri a domicilio.

Il progetto, svolto in collaborazione con l’associazione Mutàr – musica, terapia, arte, si è rivolto alla diade composta da anziano affetto da decadimento cognitivo e dal suo famigliare di riferimento (coniuge o figlio), proponendo una forma originale di integrazione di arteterapia, narrazione famigliare e racconto digitale. La finalità iniziale era rendere ciascun anziano protagonista della propria storia di vita, all’interno dello spazio relazionale famigliare, per affermare

una diversa cultura della vecchiaia e della malattia. In definitiva per esistere e r-esistere.

Non in una revisione cronologica basata sulla memoria storica, ma in un percorso che attingesse alla memoria profonda, emotiva, capace di risvegliare i momenti salienti nell’ora e qui dell’anziano. Le storie di vita bloccate dal decadimento cognitivo vengono rimesse in azione e risvegliate e l’esperienza individuale viene confermata e resa riconoscibile in una dimensione sociale, garantita dal video e custodita simbolicamente nella chiavetta consegnata alla famiglia al termine del percorso.

La realizzazione è stata possibile grazie un bando indetto da Fondazione di Comunità Milano, che ha finanziato gran parte delle spese.

Il progetto si è proposto come un intervento innovativo in quanto coniuga le metodologie proprie dell’arteterapia, svolte in una cornice relazionale opportuna per l’anziano con deficit cognitivo, con la ricerca autobiografica e con possibilità di estrarre da questa esperienza complessa un cortometraggio che integri diversi aspetti importanti che i protagonisti hanno potuto esplorare durante il percorso: aspetti verbali sia di narrazione libera, sia delle condivisioni legate all’esplorazione degli elaborati di arteterapia; aspetti visuali, i manufatti di arteterapia, le fotografie personali, oggetti famigliari e in generale l’ambiente domestico stesso; aspetti non verbali dello spazio relazionale sia nel setting che in casa.

L’arteterapia si è dimostrata un ottimo strumento per favorire il dialogo tra i protagonisti su di un piano di prossimità e anche di confronto di linguaggi e stili comunicativi differenti e il breve filmato custodisce i passaggi salienti del percorso autobiografico e famigliare in una chiave di narrazione che non solo permette ai protagonisti di ri-scoprirsi attraverso le proprie memorie, ma diventa strumento per meglio veicolare all’esterno contenuti significativi e inediti sulla malattia e sulla propria storia di vita .

La finalità è stata di incontrare il bisogno umano di raccontarsi, di ri-visitare e ri-innovare la propria storia di vita, alla luce dei nuovi equilibri che la malattia ha imposto alla diade famigliare.

Con ogni diade si sono svolti cinque incontri di circa un’ora, di regola con cadenza settimanale (fatte salve le sospensioni imposte dalla pandemia o da altri eventi imprevisti), condotti da arteterapeuta e integralmente videoregistrati.

Il contenuto di questo intero lavoro viene custodito e trasmesso con il montaggio di un racconto digitale (video) che viene rilasciato alla famiglia in un secondo momento, all’incirca a un mese di distanza, in presenza dell’arteterapeuta e del videomaker ed in diverse famiglie anche di altri famigliari (nipote, fratello del caregiver, assistente fam.).

Concluso il progetto, l’Associazione aveva tra le mai un copioso materiale videoregistrato, di cui era stato utilizzato soltanto quello più significativo dal punto di vista delle famiglie per le sintesi offerte a loro, ma molto restava a documentare la metodologia, le interazioni avvenute nelle diadi, le trasformazioni intercorse tra le due persone, inclusi scioglimenti di antiche chiusure, riscoperte, anche possibilità di un congedo rasserenato.

Così abbiamo deciso di produrre in proprio un video che documentasse tutto questo, e che è poi stato proiettato in numerose sedi, istituzionali e non, e che ancora facciamo circolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il documentario ripercorre dall’interno questa intensa esperienza, narrandone la genesi, lo svolgimento e le scoperte che ci ha donato. Il vasto materiale girato nei setting familiari dialoga criticamente con interviste rilasciate da quanti operano e vivono l’esperienza dell’Alzheimer con ruoli e sguardi differenti: dai familiari direttamente coinvolti ai membri interni dell’Associazione, fino ad arrivare a figure istituzionali ed accademiche. Il risultato è una profonda e onesta riflessione su questa nuova modalità d’intervento e su come la proposta si possa collocare all’interno delle rete dei servizi. Queste storie e i contributi raccolti ci parlano di fragilità nel contesto della malattia, e ci ricordano che la fragilità è una normale condizione esistenziale. Essa diventa quindi un punto di partenza per riscoprire gratitudine, empatia, compassione e interdipendenza, valori che nutrono le relazioni tra esseri umani e che ci fanno crescere indipendentemente dal grado di autosufficienza espresso.

Il documentario desidera affrontare l’aspetto interpersonale e non solo individuale della malattia  e di stigma della malattia, perché quando la malattia colpisce un membro della famiglia, è tutta la relazione famigliare a esserne colpita. La difficoltà maggiore che si riscontra nel lavoro di cura è la comunicazione perché è l’autenticità della relazione a essere compromessa. L’anziano stenta a riconoscere il proprio famigliare, avverte una condizione di solitudine e di inesprimibilità di contenuti identitari e significativi. Anche il caregiver può avvertire lo stesso sentimento di estraneità e di incomunicabilità con il proprio congiunto.  Portare a domicilio la possibilità di fare pratica di esperienze espressive all’interno di una relazione che comprenda entrambi i componenti della diade si è rivelata un’occasione di grande interesse per svelare urgenze emotive, e valorizzare le storie personali e familiari. Riattivare infine un senso di appartenenza attraverso un  dialogo ancora possibile.

 

Chi desiderasse saperne di più o pensasse di organizzare una proiezione del documentario può  mandarci una mail all’indirizzo segreteria@alconfine.net

Il progetto Io R-esisto nasce nell’ambito del nostro Alzheimer café del Gallaratese dove, all’interno del gruppo si arteterapia, è stato proposto un percorso autobiografico realizzato insieme dagli anziani e dai loro caregiver. La ricaduta di questo lavoro è stata talmente positiva e apprezzata da far nascere l’idea di poter portare questa esperienza ad altre diadi, realizzando cicli di incontri a domicilio.

Il progetto, svolto in collaborazione con l’associazione Mutàr – musica, terapia, arte, si è rivolto alla diade composta da anziano affetto da decadimento cognitivo e dal suo famigliare di riferimento (coniuge o figlio), proponendo una forma originale di integrazione di arteterapia, narrazione famigliare e racconto digitale. La finalità iniziale era rendere ciascun anziano protagonista della propria storia di vita, all’interno dello spazio relazionale famigliare, per affermare

una diversa cultura della vecchiaia e della malattia. In definitiva per esistere e r-esistere.

Non in una revisione cronologica basata sulla memoria storica, ma in un percorso che attingesse alla memoria profonda, emotiva, capace di risvegliare i momenti salienti nell’ora e qui dell’anziano. Le storie di vita bloccate dal decadimento cognitivo vengono rimesse in azione e risvegliate e l’esperienza individuale viene confermata e resa ricconoscibile in una dimensione sociale, garantita dal video e custodita simbolicamente nella chiavetta consegnata alla famiglia al termine del percorso.

La realizzazione è stata possibile grazie un bando indetto da Fondazione di Comunità Milano, che ha finanziato gran parte delle spese.

Il progetto si è proposto come un intervento innovativo in quanto coniuga le metodologie proprie

dell’arteterapia, svolte in una cornice relazionale opportuna per l’anziano con deficit cognitivo, con la ricerca autobiografica e con possibilità di estrarre da questa esperienza complessa un cortometraggio che integri diversi aspetti importanti che i protagonisti hanno potuto esplorare durante il percorso: aspetti verbali sia di narrazione libera, sia delle condivisioni legate all’esplorazione degli elaborati di arteterapia; aspetti visuali, i manufatti di arteterapia, le fotografie

personali, oggetti famigliari e in generale l’ambiente domestico stesso; aspetti non verbali dello spazio relazionale sia nel setting che in casa.

L’arteterapia si è dimostrata un ottimo strumento per favorire il dialogo tra i protagonisti su di un piano di prossimità e anche di confronto di linguaggi e stili comunicativi differenti e il breve filmato custodisce i passaggi salienti del percorso autobiografico e famigliare in una chiave di narrazione che non solo permette ai protagonisti di ri-scoprirsi attraverso le proprie memorie, ma diventa strumento per meglio veicolare all’esterno contenuti significativi e inediti sulla malattia e sulla propria storia di vita .

La finalità è stata di incontrare il bisogno umano di raccontarsi, di ri-visitare e ri-innovare la propria storia di vita, alla luce dei nuovi equilibri che la malattia ha imposto alla diade famigliare.

Con ogni diade si sono svolti cinque incontri di circa un’ora, di regola con cadenza settimanale (fatte salve le sospensioni imposte dalla pandemia o da altri eventi imprevisti), condotti da arteterapeuta e integralmente videoregistrati.

Il contenuto di questo intero lavoro viene custodito e trasmesso con il montaggio di un racconto digitale (video) che viene rilasciato alla famiglia in un secondo momento, all’incirca a un mese di distanza, in presenza dell’arteterapeuta e del videomaker ed in diverse famiglie anche di altri famigliari (nipote, fratello del caregiver, assistente fam.).

Concluso il progetto, l’Associazione aveva tra le mai un copioso materiale videoregistrato, di cui era stato utilizzato soltanto quello più significativo dal punto di vista delle famiglie per le sintesi offerte a loro, ma molto restava a documentare la metodologia, le interazioni avvenute nelle diadi, le trasformazioni intercorse tra le due persone, inclusi scioglimenti di antiche chiusure, riscoperte, anche possibilità di un congedo rasserenato.

Così abbiamo deciso di produrre in proprio un video che documentasse tutto questo, e che è poi stato proiettato in numerose sedi, istituzionali e non, e che ancora facciamo circolare.

Il documentario ripercorre dall’interno questa intensa esperienza, narrandone la genesi, lo svolgimento e le scoperte che ci ha donato. Il vasto materiale girato nei setting familiari dialoga criticamente con interviste rilasciate da quanti operano e vivono l’esperienza dell’Alzheimer con ruoli e sguardi differenti: dai familiari direttamente coinvolti ai membri interni dell’Associazione, fino ad arrivare a figure istituzionali ed accademiche. Il risultato è una profonda e onesta riflessione su questa nuova modalità d’intervento e su come la proposta si possa collocare all’interno delle rete dei servizi. Queste storie e i contributi raccolti ci parlano di fragilità nel contesto della malattia, e ci ricordano che la fragilità è una normale condizione esistenziale. Essa diventa quindi un punto di partenza per riscoprire gratitudine, empatia, compassione e interdipendenza, valori che nutrono le relazioni tra esseri umani e che ci fanno crescere indipendentemente dal grado di autosufficienza espresso.

Il documentario desidera affrontare l’aspetto interpersonale e non solo individuale della malattia  e di stigma della malattia, perché quando la malattia colpisce un membro della famiglia, è tutta la relazione famigliare a esserne colpita. La difficoltà maggiore che si riscontra nel lavoro di cura è la comunicazione perché è l’autenticità della relazione a essere compromessa. L’anziano stenta a riconoscere il proprio famigliare, avverte una condizione di solitudine e di inesprimibilità di contenuti identitari e significativi. Anche il caregiver può avvertire lo stesso sentimento di estraneità e di incomunicabilità con il proprio congiunto.  Portare a domicilio la possibilità di fare pratica di esperienze espressive all’interno di una relazione che comprenda entrambi i componenti della diade si è rivelata un’occasione di grande interesse per svelare urgenze emotive, e valorizzare le storie personali e familiari. Riattivare infine un senso di appartenenza attraverso un  dialogo ancora possibile.

 

Chi desiderasse saperne di più o pensasse di organizzare una proiezione del documentario può mandarci una mail all’indirizzo segreteria@alconfine.net

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